
Dentro un'aria tagliente a vetrini di un pomeriggio nudo
la radio dietro alle persiane e tutto il calcio, minuto per minuto...
Stop alle sigarette. Stop alla vendita dell'alcool dopo le due del mattino. Mi chiedo solo perchè, nel Paese del proibizionismo e dei divieti che spesso lasciano davvero il tempo che trovano, non si possa definitivamente smettere di legalizzare una guerriglia urbana incivile e indecente ogni weekend che dio manda al mondo. Perchè continuare a esasperare ostilità, disprezzo e violenza di un branco di invasati che nulla ha a che vedere con lo sport, la passione, l'onesta competizione agonistica.
Basta spendere i soldi dei contribuenti per pagare uomini delle forze dell'ordine che potrebbero essere impiegati in un modo ben più proficuo che per giocare a guardie e ladri in tenuta antisommossa.
Che poi, ci scappa pure il morto.
(Per quanto io creda fermamente, per questo specifico episodio, all'assurda casualità della vita.)
Regina
Giancarlo Pastore
Bompiani, 2007
12 €
"Chi eri veramente, mamma?"
Una madre, un figlio, un mistero, una grande storia d'amore
Dove va Regina quando esce di casa? E perchè si fa chiamare così? Cosa c'è di vero nelle storie fantastiche che si inventa per dare un senso alle sue assenze? Non c'è modo di saperlo per suo figlio Jacopo, perchè Regina parla solo la lingua ambigua e immaginaria dei racconti che si inventa. Così l'infanzia di Jacopo scorre senza risposte, con una nonna analfabeta e primitiva e una madre inafferrabile, fino a quando una videocassetta gli finisce tra le mani e il segreto tanto ben custodito si spezza. Il mondo di Regina, però, anzichè chiarirsi si fa ancora più oscuro perchè lei, la guardiana dei misteri, muore suicida. E' a questo punto che il romanzo inizia, da quando il giovane protagonista deve cominciare a capire in cosa consiste, realmente, la sua eredità. Per riuscirci, Jacopo dovrà affrontare, privo di ogni mezzo tranne l'immaginazione, una serie di prove, a partire dal confronto con il mondo dei film hard a cui sua madre apparteneva. Ad accompagnarlo in questo viaggio, che si pone al tempo stesso come ritorno a casa e uscita necessaria dai reami dell'infanzia, una spia in missione speciale, una pantera in fuga, apparizioni di vampiri, e altre architetture notturne. Mentre la figura di Regina lentamente riappare, rischiarata da una nuova e più limpida luce, che ne sarà di Jacopo al termine di questa insolita, personalissima indagine?
Non ce l'ha fatta.
Il lampioncino del ponte Milvio al quale gli innamorati dei tempi nostri aggrappavano i loro sogni ha ceduto. Schiacciato dal peso dei lucchetti mocciosi. Divelto dall'onere di custodire quelle ingenue promesse di eternità.
Stonf.
Domani sera (venerdì 6 aprile), ore 22.00 circa, sul palco di Hiroshima Mon Amour, i Persiana Jones festeggiano il 1000° concerto. Data l'eccezionalità dell'appuntamento, il live sarà trasmesso in streaming video su www.lastampa.it. Per chi, invece, vuole esserci (perchè esserci è un'altra cosa), ticket 8 euro.
Per i profani, ska core. Dal 1988 (inutile dirvi che mi ricordo i primi concerti, vero?).
Best hit: Tremarella, remake.
Ecco, proprio a sottolineare la differenza di segnalazioni tra Nostra Maestra di Stile e la skazzona scrivente.
A pagina XII, rubrica Giorno & Notte, c'è un bell'articolo sulla mostra che a Milano ha riscosso un enorme successo e che ora arriva a Torino, Palazzo Cavour. Il titolo è questo: NEFER. Moglie, faraona, sacerdotessa. Le donne nell'antico Egitto.
I commenti li lascio a voi!
Eccomi qui, riemersa dall'esilio Moccia al quale mi sono volontariamente sottoposta per un paio di giorni (662 pagine). Per motivazioni esclusivamente sociologiche, ovvio. E prima ancora, per riuscire a capire e condividere la psicologia spicciola delle mie amiche e dei loro rispettivi. Perchè se c'è una grande verità che dobbiamo riconoscere a 002, è proprio questa: il libro di Moccia parla di noi trentenni o su di lì. Parla, oddio. Abbozza.
Bene. Mi permetto dunque una serie di considerazioni, che sintetizzerei nei seguenti dogmi:
1. Moccia è un paraculo (e scrive come me. a 16 anni, però).
2. Non si capisce perchè diamine i personaggi dei suoi libri non possano avere dei nomi normali. Che so, Lucia. Giovanna. Francesca. Paola. No, invece Niki (senza ipsilon). E vabbè.
3. 662 pagine possono essere tranquillamente condensate in un bignami da 250, senza che la storia subisca grosse amputazioni di contenuto e di significato.
4. Niki e le sue amiche 17enni si chiamano Le Onde. E non Le Comari. Ma tant'è.
5. Nella vita bisogna sempre inseguire la leggerezza, la sostanza, l'essenza. E il tempo ti darà ragione. Nel senso che hai sempre una buonissima e fottutissima ragione per farlo. Solo che la scopri a pagina 600. E sticazzi.
6. I cuoricini e le nuvolette e Battisti si sprecano, nel libro. Immaginate di frullare tutti gli Harmony del mondo e tutti i film d'amore che siano mai stati girati. E non ci siete ancora, ve lo assicuro.
7. Il luogo comune regna sovrano (dal collier con diamante al vestito nero lungo scollato alla fisarmonica al ristorante alla colazione a letto a lei che si alza i capelli e lui le allaccia il suddetto collier al sesso perfetto alla sottoveste di seta a lei che dorme con indosso la camicia azzurra di lui etc etc etc etc verso l'infinito). I personaggi si comportano esattamente come vi aspettate che si comportino. L'investigatore privato in perfetto stile Nick Belane che si scopa l'assistente (ma poi, siccome è Moccia e non Bukowski, scopri che è la moglie e ancora cuoricini e nuvolette). Il pubblicitario stronzetto che pippa di coca. La modella russa che ci sta senza problemi. Il tarro (boro) di periferia che per tirar su due soldi mi diventa novello banda della magliana (ma poi, siccome è Moccia e non La Vita, si redime immediatamente e si mette a fare l'idraulico onesto con suo fratello). La tarra (bora) che pe' sfonna' va a fare i provini e diventa attricetta di terz'ordine (e si innamora del fotografo). E compagnia cantante.
8. Moccia sta in fissa con le marche. Di vestiti, di auto, di motorini, di borse, di scarpe. Eccheccazzo. Sicuramente, tra quattrocento anni, quando lo studieranno come esempio di letteratura popolare di inizio secolo, i critici avranno tutti gli elementi per ricostruire perfettamente lo stile di vita del primate uomo del 2006. E chissà se penseranno che si stava meglio quando si stava peggio.
9. Sto disperatamente cercando di prenotare un faro per le mie prossime vacanze, con sommo terrore di chi mi sta intorno.
10. L'ammmore esiste. E di solito, trionfa pure.
E ora, Ammaniti. Mi sto punendo, lo so. Sarà l'illogica allegria di cui sopra.
Don't ever tell anybody anything. If you do, you start missing everybody.
Entrai alla scuola Holden di Torino, per la prima volta, in un'assolata mattina di giugno. Il mio sguardo fu immediatamente catturato dalla frase di Salinger che campeggia nera, a caratteri cubitali, sul muro bianco. Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate. Ebbi voglia di fuggire, infastidita. Da lì, da quelle parole amplificate nella mia mente come un monito inquietante. Non io, che ho sempre fatto della parola il mio manifesto programmatico. Della conoscenza dell'altro la mia religione. Dell'intimità e della confidenza la mia filosofia integralista. Non lì, in un luogo deputato al racconto di sé e dell'altro, all'indagine delle viscere profonde, all'analisi delle complessità. Spesso, negli anni a venire, in molti tentarono di convincermi della bontà di quel verbo. Nella discussione teorica ma soprattutto nella pratica, dimostrandomi quanto può essere pericoloso lasciarsi scavare l'anima e quanto male fa quando nudo come un verme ti ritrovi solo tra la folla, prosciugato, volubile ed esposto. A trent'anni, in un mondo dove giocare in difesa sembra l'unica regola possibile, forse ho interiorizzato il concetto. Ma continuo a non condividerlo, e a non praticarlo.
Perchè un rapporto umano vale comunque la pena di essere vissuto. Perchè ho ancora più paura di una malattia che potrebbe devastarmi la vita piuttosto che di una persona che potrebbe ferirmi. Una persona che non ho capito, che non mi ha capita. E penso ancora che se smantellassimo quei muri dietro i quali troppo spesso ci trinceriamo, forse, questo mondo potrebbe essere migliore. Se non altro, un po' più facile.
Quando ero pischella e stavo al paesello, i miei amici più grandi e più alternativi frequentavano abitualmente l’Hiroshima Mon Amour, nella city. Purtroppo, i miei non gradivano che io mi facessi scarrozzare nella notte nera e nebbiosa dai neo-patentati piuttosto dediti all’alcool ai quali solevo accompagnarmi, così le mie scelte serali oscillavano tra cinema, bowling, la panchina dei giardinetti sotto casa e il bar del paese (tutti luoghi che ora evito con destrezza). Sarà per questo che ricordo ancora con una certa dolciastra nostalgia quella prima volta in cui fui tesserata e varcai la soglia del tempio della musica torinese, allora ancora situato in via Belfiore, nella vecchia sede. Suonavano i Fratelli di Soledad, le due stanze erano zeppe di gente, birra e fumo e io mi sentivo spaesata come un pesciolino fuori dall’acquario. Sono passati parecchi anni, da allora, e centinaia di concerti e serate zeppe di gente, birra e fumo, per me. E per Hiroshima ancora di più, dalla sua prima volta. 20 anni e migliaia di artisti, su quel palco, nei camerini, al bancone del bar. E per celebrare la ricorrenza, molti amici e musicisti tornano a calcare la scena, in formazioni originali o inedite, in accostamenti bizzarri, in jam session interessanti. Tutto questo, e molto di più, accade da martedì 13 a sabato 17 febbraio, appunto, all’Hiroshima Mon Amour in via Bossoli 83.
Ecco la bellissima cartolina con il programma, che potete trovare, con tutte le info del caso, anche su www.hiroshimamonamour.org.

Il trombettista mi regalò 5 giorni a Londra per il mio compleanno, un paio di stagioni fa. In realtà, come spesso accade, quel viaggio rappresentava più una sua smania che un desiderio che io avessi mai palesato. Per questo, e sapendo bene che sono metereo(s)pa(s)tica e mal tollero i climi freddi e umidi, era piuttosto terrorizzato dall'idea che io potessi patire le pene dell'inferno e detestare cordialmente la città grigia per eccellenza dopo dieci minuti dallo sbarco. Arrivammo in ostello, a Soho, in piena notte, percorrendo Oxford Street a piedi, trolley alla mano, in un deserto catatonico e surreale di luci al neon, sporadici taxi e aria unta di kebab. L'ostello era pulito, delizioso e colorato, un po' centro sociale un po' residenza da boyscout cattocomunista. Il mio inglese funzionò al primo colpo senza tentennamenti né balbettii. Ma il colpo di fulmine, quello vero, dritto al cuore, fu il mattino successivo. Il cielo era acciaio pesante, l'aria bagnata ma non fredda, e Oxford Street un fiume in piena di uomini e donne accelerati con il bicchiere di caffè in mano. Tutti sembravano avere uno scopo, un obiettivo, una destinazione precisa. Regolari, ordinati, precisi. Un'umanità. Lì, immobile sul marciapiede di Oxford Street, affascinata da quell'umanità in movimento, mi innamorai di Londra e delle sue mille sfaccettature. Perchè Londra è la follia frenetica di Piccadilly Circus, è la magia natalizia di Covent Garden, è il vintage di domani del mercato di Camden, è una rilassante camminata nel verde di Hyde Park, con i ragazzini che si allenano a baseball con le divise tutte uguali e i poliziotti a cavallo, è il fascino misterioso di Brick Lane, il nuovo quartiere di tendenza nelle cui strade si aggirava Jack lo Squartatore, è un tramonto sul ponte dietro la Tate Gallery, è la passeggiata notturna in una Notting Hill immersa nel sonno, è il melting pot di Brixton. Londra è davvero tanto, e tutto insieme, a poche fermate di metropolitana.
*ho volutamente citato il claim dell'Universiade 2007, che Torino e il Piemonte ospiteranno dal 17 al 27 gennaio. Giusto per non farci mancare nulla. Del resto, Passion lives here eTorino always on the move. Prestissimo vi daremo delle dritte su quello che non potete perdervi.